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Libra non è ancora nata e c’è già chi la vuole spezzare in due

Un gruppo di aziende e onlus vogliono creare una versione aperta della criptovaluta di Facebook. Ecco perché

Silhouettes are seen beneath a sign of Libra, the cryptocurrency project launched by Facebook during a conference at marketing and communication school CREA in Geneva on September 26, 2019. (Photo by Fabrice COFFRINI / AFP) (Photo credit should read FABRICE COFFRINI/AFP/Getty Images)

Non è ancora ufficialmente nata Libra, la criptovaluta di Facebook, ma ha già il suo primo “fork”. Che è come dire una scissione da cui potrebbe nascere un’altra valuta: OpenLibra. Una trentina di società e organizzazioni no profit, che operano con la tecnologia blockchain, hanno svelato di aver in programma di “biforcare” Libra per costruire una versione senza autorizzazione, soprannominata OpenLibra. Annunciata alla conferenza degli sviluppatori di ethereum Devcon di Lucas Geiger, co-fondatore della startup di infrastrutture blockchain Wireline, funzionerà come una stablecoin ancorata alla Libra, che dovrebbe vedere la luce il prossimo anno, sebbene negli ultimi giorni diversi soci del consorzio che la gestisce, come Visa, Mastercard, eBay e Paypal si siano ritirati dal progetto.

Ma che senso ha scindersi da qualcosa che di fatto ancora non esiste? è necessaria una premessa: quando un gruppo di sviluppatori ritiene di avere un progetto per migliorare una criptovaluta, copia il codice della sua blockchain, che è open source, e ne crea un’altra uguale che da quel momento obbedirà a nuove regole di consenso, biforcandosi. Questo è quello che in soldoni si chiama fork. I fork possono essere soft o hard. In quest’ultimo caso la separazione è permanente e dà vita a una nuova criptovaluta. A bitcoin è successo almeno 8 volte (fonte: Coinsutra), il fork più famoso è quello che ha dato vita a Bitcoin Cash nell’agosto 2017. La biforcazione di Libra nasce dall’idea di creare una valuta simile ma con blockchain “aperta” (permissionless), visto che quella di Libra è invece accessibile solo a chi è autorizzato. Da qui il nome OpenLibra.

A volere OpenLibra ci sono aziende impegnate nelle criptovalute ma anche un paio di università e alcune onlus. Tra gli altri: Cosmos, Wireline, Radicle, Democracy Earth, BlockScience, Synestate, Vulcanize, MathShop, Web3, Singapore University, Ethereum Foundation, Spacemesh, George Mason University, Iclusion, Hashed, Croce Rossa danese e Kyokan.

Loro e altri hanno sottoscritto il manifesto di OpenLibra, che dice: “OpenLibra è una piattaforma tecnologica e valuta per l’inclusione finanziaria. Un’alternativa a Libra di Facebook, che pone l’accento sulla governance aperta e sul decentramento economico. Il progetto OpenLibra è un collettivo di individui liberi. Non abbiamo soci, partner, né dipendenti né leader. Siamo individui di alcuni dei migliori progetti blockchain e fondazioni senza scopo di lucro, che lavorano su una soluzione crittografica nativa per quanto riguarda la libra. La nostra strategia è quella di basarci sui suoi punti di forza ma migliorarla dove necessario. OpenLibra mira a essere tecnicamente e finanziariamente compatibile, abbracciando ciò che è potente, ma sostituendo anche ciò che riguarda in modo non contraddittorio”.

Non è detto che OpenLibra farà il botto: i fork raramente hanno il successo dell’originale. Ma potrebbe ispirare gli appassionati di criptovalute più anarchici. Geiger ha infatti detto chiaramente che lui e gli altri non vogliono che “una società con l’etica di Uber e la censura di Visa” (che in realtà ha lasciato il consorzio, ndr) fosse l’unica proprietaria della stablecoin Libra, che in tutta probabilità “diventerà la valuta di internet“. Insomma, “Di Libra ci fidiamo, di Facebook no”. E per attirare gli scettici, non ha esitato a usare l’argomento più convincente: “I governi possono attaccare Facebook da diverse angolazioni e questo crea una fragile valuta di riserva. Noi abbiamo una minore esposizione normativa rispetto a Facebook. I governi hanno meno influenza su di noi. Traiamo forza dal fatto che siamo decentralizzati non solo geograficamente ma politicamente ed economicamente”.


Fonte: WIRED.it

 
 
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